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9. Dicono del Film ''Harry a pezzi''icona indice


Critica Italiana: [1]

  • Tullio Kezich dal Corriere della Sera del 7 Febbraio 1998: «l film è una variazione sui temi abituali dell'autore, ma più segreta e dolorosa, strutturata a tagli secchi e montaggio nervoso. [...] Ovvio pensare che l'autore-attore trasferisca nel film una problematica personale, ma non si pensi a una confessione nuda e cruda. Niente affatto: qui drammaturgia e stile si rivelano strumenti elaboratissimi di un cineasta pervenuto al culmine della maturità anche come interprete. Dalla realtà il film trabocca di continuo nella sceneggiata della memoria e dei racconti che Harry va scrivendo, con effetti di sovrapposizione e straniamento. [...] Nutrito di allusioni alle recenti traversie dell'autore, 'Harry a pezzi' è l'autoritratto burlesco e spietato di un ossesso, erotomane e malato immaginario che masochisticamente se la gode a presentarsi come figlio ingrato, cattivo ebreo, marito inaffidabile e sfortunato.»
  • Alessandra Levantesi da L' Espresso del 5 Febbraio 1998: «Con decisione ed energia, adotta uno stile che traduce visualmente lo stato d'animo del personaggio, fa del film stesso un momento di crisi; sceglie una narrazione composita, frammentaria, trasversale che mescola realtà, immaginazione, romanzo e memoria a un ritmo febbrile, sussultorio; costruisce con un montaggio secco, collerico, una storia non priva di oscenità né d'autobiografia. È meno carino del solito, meno piacevole, ma più forte: e resta molto divertente.»
  • Fabio Ferzetti da Il Messaggero del 7 Febbraio 1998: «Per la prima volta nella Storia del cinema una star che costa miliardi, Robin Williams, recita tutta la sua parte fuori fuoco. Per la prima volta un film 'ruba' il titolo al filosofo francese Jacques Derrida, padre del decostruzionismo e idolo dei campus Usa. Per la prima volta il vecchio Woody fa un film senile, nel senso buono del termine: e cioè attraversato dall'ossessione del tempo che passa, del bilancio esistenziale, del sesso e della gioventù, contrappunto straziante a quella maturità che è insieme il feticcio e lo spauracchio di ogni artista.»
  • Alberto Crespi da L'Unità del 6 Febbraio 1998: «Harry a pezzi, in ultima analisi, racconta una sconfitta: la complessità del mondo rifiuta i confini dell'intelletto, le regole del gioco non vengono mai rispettate. Il piccolo ebreo di Benigni muore nel lager e il piccolo ebreo di Woody Allen finisce all'inferno per colpa del proprio Ego ipertrofico.

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    Ma lungo questa battaglia perdente fra noi e il mondo c'è una tappa intermedia che si chiama arte: e sia 'La vita è bella', sia 'Harry a pezzi' sono - diciamolo senza paura - opere d'arte.»

 

Critica Estera: [2]

  • Emanuel Levy da EmanuelLevy.com del 6 Aprile 2011: «In this nasty, verbose comedy, Woody Allen the director has cast Woody Allen the actor as a foul-mouthed, self-absorbed, sex-obsessed writer.» 
  • James Sanford da Kalamazoo Gazette del 23 Giugno 2002: «By turns clever, devestating, bitter and delightful, this challenging piece of work is easily one of Allen's most mature efforts to date.» 
  • Michael Dequina da TheMovieReport.com del 31 Marzo 2009: «Too bad it is difficult to really care about what is going on since such a thoroughly unpleasant character is at the center.» 
  • Jeffrey M. Anderson da Combustible Celluloid del 17 Gennaio 2003: «A slightly unpleasant and shocking film.»

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