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5. Recensione del film ''Hurricane - Il grido dell'innocenza''icona indice


{extravote 1}Spesso accostandosi ad un film biografico, regista e sceneggiatori, rischiano di omettere particolari più o meno importanti, far cadere nel ridicolo il protagonista ed essere troppo prolissi.

Nonostante Hurricane - Il grido dell'innocenza non sia un film molto breve (durata, due ore e un quarto), tolto il fatto che comincia ad ingranare dopo circa venti minuti dall'inizio, rimane una pellicola importante, profonda e con un Denzel Washington, meritato vincitore di un Golden Globe e nominato all'Oscar del 2000.

Il film ruota attorno alla figura del campione di pugilato, Rubin ''Hurricane'' Carter, cresciuto nell'America degli anni '30 '40, dove i neri erano derisi, discriminati e subivano violenze anche da parte delle forze dell'ordine.

La prima violenza ed accusa ai danni di Rubin, avviene quando è piccolo, ferisce infatti un pedofilo bianco, per potersi difendere, ma la polizia lo arresta e trascorre gran parte dell'adolescenza in riformatorio, fuggendo e decidendo poi di arruolarsi nell'esercito prima di essere arrestato nuovamente per essere scappato dalla prigione.

Diverrà poi un pugile professionista, ma continuerà ad entrare ed uscire dal carcere, finché il medesimo poliziotto che l'aveva arrestato da giovane, lo accuserà di aver commesso tre omicidi e così facendo, lo costringerà a passare tutta la vita dietro alle sbarre, condannato a tre ergastoli.

La vita di Carter, celebre negli anni '60 si incrocia con quella di Lesra Martin, un nero come lui, che negli anni '70 viene salvato da tre amici canadesi bianchi, che chiedendo ai genitori alcolizzati del ragazzo di poterlo aiutare, gli garantiranno un'istruzione. La medesima che Rubin acquista fai da te in carcere, scrivendo un'autobiografia, raccontando la sua storia e cercando di difendersi per poter vincere la sua causa in tribunale.

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Lesra si sente fin dalle prime parole di quel libro, molto simile a Carter, decide così di esprimergli la sua vicinanza con una lettera e da quel momento inizia un'amicizia epistolare e poi vis à vis con il detenuto. 

La potenza del film sta proprio in questo rapporto, quasi padre - figlio, fra Carter e Lesra, simili fra loro, innanzitutto per il colore della pelle, ma anche per l'infanzia difficile, un'istruzione mancata, ma acquistata con il tempo e la medesima voglia di combattere.

Il match più importante e il più difficile per Carter, non è infatti da disputare sul ring, bensì in un'aula di tribunale, con un avversario imbattibile da anni, il poliziotto Della Pesca, razzista e ingiusto.

A portare una ventata di giustizia, di speranza e di cambiamento è la squadra formata dai tre canadesi, Lisa, Sam e Terry, capitanati dal giovane Lesra, che assieme al giudice Sarokin, riusciranno a liberare Carter.

Uno degli insegnamenti che più di tutti garantiscono al film una certa qualità e profondità, proviene dalle parole di Carter, che poco prima di essere dichiarato non colpevole, rivolgendosi a Lesra, afferma che la libertà è amore, perché la solidarietà e la difesa data da quel nuovo gruppo di amici, gli ha permesso di sentirsi molto più libero anche lì dietro alle sbarre e, in concreto, l'ha slegato da ogni accusa.

Oltre all'ottima interpretazione di Denzel Washington, l'intero cast ha dimostrato di essere affiatato e molto bravo, la pellicola inoltre, di per sé molto riflessiva, sul tema del razzismo e dell'amicizia, è impreziosita da scelte registiche ed autoriali, ben dosate, che danno quel tocco in più ad un film, che potrebbe essere considerato sportivo, ma che invece entra nel cuore ed è un inno alla giustizia.

 

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